Fondi italiani in Libia

“Abbiamo messo fine a 40 anni di malintesi”. Così Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, salutava la firma del Trattato di partenariato, amicizia e cooperazione tra Italia e Libia, nell’agosto 2008. Con il pretesto di rimarginare le ferite coloniali, l’accordo prevedeva investimenti italiani in cambio di più petrolio e meno partenze via mare. Trasformando Roma nel portavoce di Tripoli all’interno dell’Unione Europea.

Solo una parte minima dei 200 milioni di euro all’anno, promessi dall’Italia, si materializza. Gli arrivi calano e i centri di detenzione libici iniziano a riempirsi, ma tutto si ferma nel 2011, con le proteste, l’uccisione di Gheddafi e l’avvio di un lungo e doloroso conflitto armato.

Per ripartire nel 2016, con la nascita del Fondo fiduciario d’emergenza dell’Unione Europea e di un’asse Bruxelles-Roma-Tripoli per fermare le migrazioni. La Libia è il primo beneficiario del fondo. 13 progetti, per 309 milioni di euro, tutti centrati sulla ‘gestione delle migrazioni’. Una parte di questi fondi si sovrappone con i 210 milioni gestiti e stanziati dall’Italia, come nel caso del progetto “Support to integrated border management in Libya”, gestito dal ministero dell’Interno italiano, su fondi europei.

Tramite questi finanziamenti, l’Italia dona motovedette, costruisce un centro di coordinamento del soccorso marittimo, insomma realizza un sistema di intercettazione e rimpatrio, il cui corollario sono altri progetti, finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, per intervenire sulle condizioni di vita in diversi centri di detenzione.

Progetti come quello a questo link, appaltati a Ong italiane e locali, al centro di una serie di richieste di accesso agli atti e di un esposto dell’Associazione per gli Studi Giuridici per le Migrazioni (ASGI). Per ASGI, come per fonti di UNHCR e della Farnesina che abbiamo consultato, questi finanziamenti contribuiscono a mantenere in vita un sistema di detenzione, costellato di abusi, e a legittimare le milizie coinvolte nella gestione di diversi centri.

Ma c’è molto altro: a largo della Libia, in acque internazionali, opera l’operazione europea EunavforMed, lanciata nel 2016 sotto comando italiano, e rinnovata nel 2020 e affiancata dall’operazione navale nostrana “Mare Sicuro” e da missioni dell’agenzia Frontex. Obiettivo ufficiale: fermare i trafficanti. Secondo un’inchiesta pubblicata su The Guardian, però, parte di questi assetti segnalano ai marinai libici la posizione delle barche con a bordo persone in fuga, partecipando dunque attivamente alle intercettazioni.

Mentre la Libia si avvia verso le elezioni, a dicembre 2021, le autorità di Tripoli hanno chiesto all’Italia di finanziare due maxi-centri di detenzione, lontani dalle coste, promettendo una gestione più “efficiente”. A questo si lega il programma di rilancio degli investimenti italiani per il controllo delle frontiere sancito dall’accordo del 2008, al cui centro c’è Leonardo Spa, colosso italiano del mercato della sicurezza.

Come si dice in gergo, un dossier da seguire.

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