The big wall

Un’inchiesta di ActionAid su come l’Italia ha tentato di fermare l’immigrazione dall’Africa - usando anche fondi europei - e su quanto ha speso per farlo

Tempo di lettura: 43 min
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Ci sono satelliti, droni, navi, progetti di cooperazione, posti di polizia, voli di rimpatrio, centri di formazione. Sono mattoni di un muro invisibile ma tangibile e spesso violento. Innalzato dal 2015 in poi, grazie ad oltre un miliardo di euro di denaro pubblico. Con un unico obiettivo: azzerare quei movimenti via mare, dal Nord Africa all’Italia, che nel 2015 avevano fatto gridare alla ‘crisi dei rifugiati’. Vi raccontiamo le fondamenta (fragili) e gli impatti (drammatici) di questo progetto. Che va modificato, urgentemente.

Pronti, partenza, via

Immaginate un gioco di società da tavolo, stile Risiko. Il piano di gioco è un’enorme carta geografica, che dall’Italia scende verso sud, includendo il Mar Mediterraneo e il Nord Africa e arrivando fino quasi all’equatore, a Camerun, Sud Sudan, Ruanda. Posti di cui sappiamo poco e leggiamo ancora meno.

Ogni giocatore distribuisce tessere con attività e oggetti tra i paesi e lungo le frontiere. In Etiopia c’è una troupe che gira una serie TV intitolata ‘Miraj’ [miraggio], che mostra le peripezie di giovani ingenui che si affidano a personaggi loschi pur di raggiungere l’Europa. Ci sono equipaggiamenti militari, distribuiti un po’ dappertutto: fuoristrada per la polizia di frontiera tunisina, ambulanze e autobotti per l’esercito in Niger, motovedette per la Libia, droni di sorveglianza che decollano dalla Sicilia.

C’è tecnologia: sistemi satellitari su navi nel Mediterraneo, software per registrare impronte digitali in Egitto, laptop per la polizia nigeriana. E ancora: un andirivieni di voli aerei tra Libia e Nigeria, Guinea, Gambia. Centri di coordinamento marittimo, posti di polizia nel mezzo del Sahara, uffici di orientamento al lavoro in Tunisia o Etiopia, cliniche in Uganda, strutture per minori in Eritrea e nei campi profughi in Sudan.

Trattenete il fiato ancora un attimo, perché mancano i corsi di formazione. Molti: per produrre yogurt in Costa D’Avorio, aprire un’azienda agricola in Senegal o un salone di bellezza in Nigeria, rispettare i diritti dei rifugiati, usare una postazione radar.

Pedine impazzite, tessere sovrapposte e regole poco chiare. Tutte tranne una: da questi paesi africani, più di 25, nessuno deve arrivare in Italia. Unica eccezione ammessa: partire con un visto. I funzionari delle ambasciate, però, hanno istruzioni precise: chi non ha qualcosa a cui tornare non va accettato. E non valgono amori e affetti, ma solo rendite, proprietà, affari, posizioni.

Ecco quanti soldi abbiamo speso e dove

Cliccate su ogni paese per scoprire quanto l'Italia ha investito nel Mediterraneo e in 25 paesi africani per fermare le migrazioni, dal gennaio 2015 al novembre 2020
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Mediterraneo

Budget: 632.396.297,53 €
Progetti: 53
Budget Progetti
Mar Mediterraneo 632.396.297,53 € 53 progetti
Libia 210.097.097,50 € 44 progetti
Niger 99.506.199,33 € 32 progetti
Sudan 57.554.657,02 € 21 progetti
Etiopia 54.344.628,53 € 28 progetti
Senegal 40.854.026,20 € 19 progetti
Tunisia 40.105.546,76 € 20 progetti
Costa d'Avorio 16.616.797,47 € 21 progetti
Ciad 12.800.000,00 € 3 progetti
Egitto 12.764.179,36 € 14 progetti
Nigeria 12.071.803,29 € 12 progetti
Gambia 9.944.136,33 € 9 progetti
Somalia 6.022.509,00 € 4 progetti
Mali 5.366.091,32 € 7 progetti
Marocco 5.124.524,36 € 7 progetti
Eritrea 5.081.606,50 € 4 progetti
Burkina Faso 4.951.900,00 € 6 progetti
Guinea 4.368.793,33 € 8 progetti
Mauritania 2.800.000,00 € 3 progetti
Guinea Bissau 1.850.000,00 € 3 progetti
Ghana 1.500.000,00 € 2 progetti
Gibuti 1.200.000,00 € 2 progetti
Sud Sudan 1.023.386,25 € 1 progetto
Ruanda 1.000.000,00 € 1 progetto
Libano 897.423,50 € 1 progetto
Camerun 500.000,00 € 1 progetto
Albania 272.227,86 € 1 progetto
Moldova 272.227,86 € 1 progetto
Ucraina 272.227,86 € 1 progetto
Algeria 200.000,00 € 1 progetto
Tabella: budget per stato

Per una giovane professionista, un operaio, uno studente, un’attivista, chiunque cerchi sicurezza, futuro e avventura oltre le frontiere del continente, per persone come me che scrivo e forse come voi che leggete, gli unici alleati diventano i facilitatori, quelli che l’Europa chiama trafficanti e che, da amici, possono trasformarsi nei peggiori nemici.

L’abbiamo chiamato il Grande Muro. Potrebbe essere uno di quei giochi di strategia che impegnano nottate, per appassionati di geopolitica, conflitti, finanza. Ma è la realtà ed è il frutto di anni di investimenti, sperimentazioni, documenti e riunioni. Dapprima disordinati, sporadici, poi messi a sistema e accresciuti dal 2015, quando agenzie delle Nazioni Unite, riprese dai media internazionali, lanciano un allarme: c’è una crisi dei migranti e l’Europa deve intervenire. Subito.

L’Italia è in prima fila e tutti quegli accordi, progetti e programmi degli anni precedenti convergono e si moltiplicano all’improvviso, diventando mattoni di un muro che, da un Mediterraneo sempre più militarizzato, si sposta a sud, fino ai paesi d’origine di chi viaggia.

L’idea di fondo, che rimbalza tra cancellerie e istituzioni europee, è di usare più strumenti: cooperazione allo sviluppo, supporto alle forze di sicurezza, protezione in loco di rifugiati, rimpatri, campagne informative sui rischi delle migrazioni irregolari. Quello che, nel linguaggio di Bruxelles, è un “approccio comprensivo”.

Abbiamo parlato con alcuni dei protagonisti di questa storia – chi ha costruito il muro, chi ha provato a saltarlo e chi vorrebbe demolirlo – e abbiamo sfogliato migliaia di pagine di relazioni, minute, delibere, decreti, bandi di gara, contratti, articoli di giornale, ricerche, per capire quanti soldi l’Italia ha speso, dove e che effetti hanno avuto. Mesi di lavoro per scoprire non solo che questo muro ha conseguenze drammatiche, ma che l’approccio europeo – e italiano – alle migrazioni internazionali, nasce da premesse errate, da uno sguardo emergenziale che ha esiti nefasti per tutti, inclusi i cittadini europei.

Libia: la punta dell’iceberg

È l’avvio dell’anno accademico 2017/2018 quando Omer Shatz, docente di diritto internazionale, propone ai suoi studenti di Sciences Po di affiancarlo per preparare un dossier. Per gli alunni della facoltà, non è una novità. Nelle aule dell’austero palazzo nella rive gauche parigina, da cui sono passati capi di stato europei e africani, non ultimo Emmanuel Macron, si lavora da sempre su materiale vivo, pulsante: accordi di pace in Colombia, processi a dittatori e foreign fighters. Chi calpesta quei pavimenti di marmo, sa già che potrà dire la sua in circoli che contano, nella politica come nella diplomazia.

Shatz, che come avvocato penalista in Israele ha una certa familiarità con vicende di abuso e diritti violati, lancia una nuova sfida ai suoi corsisti: bisogna portare per la prima volta l’Europa di fronte alla Corte Penale Internazionale. “Da quando è stata creata, la Corte ha condannato solo cittadini africani – dittatori, leader di milizie – ma era urgente mostrare le responsabilità europee”, spiega.

A un anno da quella prima proposta, invia un plico alla sede della Corte, nella cittadina olandese de L’Aja. Insieme a otto studenti e al collega Juan Branco, ha ricostruito, in 245 pagine, casi di “attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile”, legati a “crimini contro l’umanità compiuti coscientemente da attori europei, nel Mediterraneo centrale e in Libia, in linea con politiche italiane e dell’Unione Europea”.

Un aereo della missione navale europea Eunavfor Med ‘Sophia’, dalla cabina di comando della nave di Mediterranea Saving Humans, in pattugliamento nel canale di Sicilia (2019) - Francesco Bellina

La popolazione civile a cui si riferiscono è composta da persone migranti e rifugiate, inghiottite dalle onde o intercettate nel Mediterraneo centrale e riportate a riva da assetti libici, per essere immesse in un ciclo di detenzione apparentemente infinito. Tra loro ci sono i 13mila morti registrati dal 2015 ad oggi in questo tratto di mare tra Nord Africa e Italia, su 523mila persone sopravvissute alla traversata, ma anche i molti cittadini africani e asiatici, raramente contabilizzati, che in Libia hanno subito torture e sono deceduti in decine di centri di detenzione per stranieri, spesso gestiti da milizie.

“All’inizio pensavamo che l’UE e l’Italia stessero esternalizzando, appaltando alla Libia il lavoro sporco per bloccare le persone, quello che in gergo si chiama ‘concorso e favoreggiamento’ nel compimento di un reato, poi abbiamo capito che erano proprio gli europei i direttori d’orchestra, mentre i libici eseguivano”, dice Shatz, che – a fine 2020 – stava preparando un secondo documento per la Corte Penale Internazionale, per includere più nomi, quelli degli “anonimi funzionari della burocrazia europea e italiana che hanno partecipato a questa impresa criminale”, al cui centro c’era la “reinvenzione della Guardia Costiera libica, ideata da attori italiani”.

Indicare come presunti criminali dei capi-dipartimento, direttori d’ufficio e dirigenti di istituzioni di paesi democratici, potrebbe sembrare eccessivo. Per Shatz però, “questa è la prima volta, dopo i processi di Norimberga, dopo Eichmann, che l’Europa compie crimini di una tale entità, al di fuori di un conflitto armato”. La Corte, che respinge abitualmente almeno il 95 per cento dei casi presentati, non lo ha fatto per quello di Shatz e dei suoi studenti. Una “notizia incoraggiante, ma che non significa che l’avvio di un procedimento sia dietro l’angolo”, spiega l’avvocato.

Alla base dei profili di reato contestati, continua, ci sono “normative, memorandum d’intesa, cooperazione marittima, centri di detenzione, pattugliamenti e droni” realizzati e finanziati dall’Unione Europea e dall’Italia. Shatz parla qui del Memorandum of Understanding tra Italia e Libia per “ridurre il flusso di migranti illegali”, come recita il testo del documento. Obiettivo da raggiungere tramite la formazione e il supporto alle due forze di pattugliamento marittimo del fragilissimo governo di unità nazionale libico, “adattando” i centri di detenzione già esistenti e sostenendo iniziative di sviluppo locale.

All’inizio pensavamo che l’UE e l’Italia stessero esternalizzando, appaltando alla Libia il lavoro sporco per bloccare le persone, quello che in gergo si chiama ‘concorso e favoreggiamento’ nel compimento di un reato, poi abbiamo capito che erano proprio gli europei i direttori d’orchestra, mentre i libici eseguivano

Omer Shatz – docente di diritto internazionale

Firmato a Roma il 2 febbraio 2017 e in vigore fino al 2023, il testo si innesta sul Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione siglato da Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi nel 2008, legandosi però ad uno stanziamento preciso, quello del così detto Fondo Africa, istituito nel 2016 come ‘Fondo per interventi straordinari per rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie’ e esteso dal 2020 – come Fondo Migrazioni – anche a paesi non africani.

310 milioni di euro stanziati in totale tra fine 2016 e novembre 2020, e 252 quelli erogati, secondo la nostra ricostruzione.

Una moltiplicazione di strumenti e fondi che, spiega Mario Giro, “nacque dopo il vertice tra Unione Europea e leader africani a Malta, nel novembre 2015”. Per l’ex sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri, dal 2013 e viceministro agli Esteri tra 2016 e 2018, quel summit a Malta “sancisce il prevalere di un’ossessione europea, quella di ridurre le migrazioni dall’Africa a tutti i costi: in cambio di questo contenimento, si era disposti a spendere, investire”. Per Giro, quello di Malta è stato un “tentativo di incontro, non una vera partnership”.

La Libia, da dove parte in quegli anni più del 90 per cento di chi tenta di attraversare il Mediterraneo centrale, è il cuore di un progetto in cui fondi e pressioni italiani affiancano e integrano programmi dell’Unione Europea e di altri stati membri, in un dialogo tutto europeo, da cui i potenti africani – dirigenti ma anche poliziotti, miliziani e gli stessi trafficanti – cercano di ottenere qualcosa: legittimità, fondi, equipaggiamenti.

Ecco i primi 5 paesi beneficiari di fondi italiani

€ 0 € 50mln € 100mln € 150mln € 200mln Libia Niger Sudan Etiopia Senegal
Top 5 dei Paesi per stanziamenti
€ 0 € 210mln € 99mln € 57mln € 54mln € 40mln € 50mln € 100mln € 150mln € 200mln Niger Sudan Etiopia Senegal Libia
Top 5 dei Paesi per stanziamenti

Frammentata e dilaniata da un conflitto ormai decennale, la Libia non è però sola. A ottobre 2015, poco prima delle strette di mano e delle fotografie di rito dell’incontro di Malta, la Commissione Europea istituisce infatti un Fondo fiduciario d’emergenza per “affrontare le cause profonde delle migrazioni in Africa”.

Per farlo, ricostruirà anni dopo il ricercatore olandese Thomas Spijkerboer, l’esecutivo dell’UE dichiara uno stato di crisi nei 26 paesi africani toccati dal fondo, giustificando così la scelta di aggirare le regole europee sulla concorrenza, in favore di procedure di affidamento diretto dei fondi. “Non sembra plausibile – sosterrà però Spijkerboeker – che ci sia una crisi in tutti i 26 paesi in cui opera il Fondo e per la durata dello stesso”, oggi estesa fino a fine 2021.

L’imperativo, come spiega un advisor della Commissione Bilancio del Parlamento Europeo, era però di agire subito: “non nell’arco di qualche settimana, ma di giorni, ore”.

Di fronte a una Libia ancora inefficace nel fermare i flussi verso nord, bisogna infatti intervenire più a sud, percorrendo a ritroso le rotte che da decine di paesi africani convergono verso la Tripolitania. E – come in un domino al contrario – alzando frontiere e convincendo, o costringendo, potenziali viaggiatori a fermarsi nei paesi d’origine o in altri lungo il percorso, senza affacciarsi pericolosamente alle sponde del Mediterraneo.

Per la prima volta dalla decolonizzazione, la mobilità umana in Africa diventa chiave di volta delle politiche italiane nel continente, tanto che gli analisti parlano di una migration diplomacy. Le quote di migranti in transito da un paese, il numero di posti di frontiera o di rimpatri, entrano nel gioco politico, sullo stesso piano dei proventi dell’estrazione del petrolio, di promesse di investimenti, vendite di armi o accordi commerciali.

Fatta di progetti, fondi e programmi, questa diplomazia migratoria ha un costo. Per il periodo dal gennaio 2015 al novembre 2020, abbiamo rintracciato 317 linee di finanziamento gestite dall’Italia con fondi propri e parzialmente co-finanziate dall’Unione Europea. Un totale di 1,337 miliardi di euro, spesi in cinque anni e destinati ad otto capitoli di spesa differenti in cui la Libia è al primo posto, ma non è da sola.

€ 142.559.668,33 Antitrafficking € 195.389.838,95 Cause profonde € 146.247.679,83 Governance € 92.641.795,50 Protezione € 64.036.302,95 Rimpatri € 14.787.415,94 Sensibilizzazione € 15.141.527,11 Vie Legali € 666.314.701,13 Controllo confini € 1.337.118.929,74 Spesa totale:
Categorie di spesa
Controllo confini € 666.314.701,13 Cause profonde € 195.389.838,95 Governance € 146.247.679,83 Antitrafficking € 142.559.668,33 Protezione € 92.641.795,50 Rimpatri € 64.036.302,95 Sensibilizzazione € 14.787.415,94 Vie Legali € 15.141.527,11 Spesa totale: € 1.337.118.929,74
Categorie di spesa

Una lunga storia, in breve

Per semplicità, possiamo dire che tutto è iniziato nella torrida estate del 2002, con una guerra lampo dal sapore surrealista attorno ad uno scoglio brullo ai confini del Mediterraneo: la Isla de Persejil, l’isola del prezzemolo. Un isolotto dello stretto di Gilbilterra, da decenni conteso tra Marocco e Spagna, che vive il suo effimero momento di gloria quando, nel luglio di quell’anno, la monarchia marocchina manda sei soldati, qualche tenda e una bandiera, ottenendo come risposta, dal governo di Jose-Maria Aznar, una reconquista a suon di cacciabombardieri, fregate ed elicotteri.

La pace sarà firmata dopo poche settimane e l’isola tornerà ad essere terra di pastori e di pattugliamenti militari. Che da allora, però, saranno congiunti.

“Si parlava di contrasto al traffico di droga e alla pesca illegale, ma la realtà era un’altra: erano le prime operazioni anti immigrazione co-gestite da militari spagnoli e marocchini”, spiega Sebastian Cobarrubias, docente di geografia all’università di Saragozza. Il modello, dice, erano le operazioni antiterrorismo franco-spagnole nei Paesi Baschi, esportate dai Pirenei alla frontiera marittima.

Da quegli eventi del 2002, nasce un processo di esternalizzazione della politica migratoria spagnola ed europea, che culminerà anni dopo con la crisis de los cayucos, la crisi delle piroghe, ovvero l’arrivo di decine di migliaia di persone – 31,000 solo nel 2006 – nelle isole Canarie, dopo traversate rischiosissime da Senegal, Mauritania e Marocco.

In dialogo fitto con la Commissione Europea, che vedeva in quello spagnolo il confine più poroso del fragile spazio Schengen, il governo di José Luis Rodríguez Zapatero reagisce rapidamente. “Nel giro di pochi mesi, vengono stipulati accordi di cooperazione e rimpatrio con nove paesi africani”, racconta Cobarrubias, che si è battuto per anni, con scarso successo, per ottenere i testi degli accordi.

Quello che succederà in quei tardi anni duemila, assomiglia terribilmente a quanto l’Italia cercherà di mettere in atto un decennio più tardi con i suoi vicini mediterranei, Libia in testa. Tanto che nel 2016 fu lo stesso ministro dell’Interno spagnolo, Jorge Fernández Díaz, a ricordare che “quello spagnolo è un modello di gestione europea, riproducibile in altri contesti”. Una visione confermata dai funzionari della Commissione Europea con cui abbiamo parlato.

Al centro della strategia spagnola, che in pochi anni porta a un crollo degli arrivi via mare, c’è l’apertura di nuove sedi diplomatiche in Africa, l’avvio di progetti di sviluppo locale e c’è soprattutto il supporto alle forze di sicurezza dei paesi partner.

Cobarrubias evoca almeno quattro elementi caratteristici dell’approccio di Madrid: la costruzione di nuove forze di pattugliamento “come la Guardia Costiera della Mauritania, che non esisteva ed è stata creata dalla Spagna grazie a fondi europei, con il sostegno della neonata agenzia Frontex”; il supporto, diretto e indiretto, a centri di detenzione, come il malfamato ‘Guantanamito’, la piccola Guantanamo, denunciato da organizzazioni della società civile in Mauritania; la raccolta in tempo reale di dati e informazioni sulle frontiere, realizzata dal sistema satellitare SIVE, prototipo di Eurosur, costosissima centrale di intelligence sulle frontiere esterne dell’UE lanciata nel 2013, basata su droni, satelliti, aerei e sensori; e infine quel lavoro a ritroso lungo le rotte migratorie, per sigillare confini, dal mare al deserto del Sahara, e investire in loco, con programmi di sviluppo e governance, cosa che la Spagna fa con le due fasi del così detto Plan Africa, tra 2006 e 2012.

Sostituite “Spagna” con “Italia”, e “Mauritania” con “Libia”, e avrete l’idea di quello che succederà anni dopo, per tentare di sigillare un altro confine europeo.

Un agente per la presa delle impronte digitali all’interno del posto di polizia di frontiera di Makalondi, al confine tra Niger e Burkina Faso (Niger, 2018) - Francesco Bellina

L’eredità principale del modello spagnolo, secondo il sociologo italiano Lorenzo Gabrielli, è però la condizionalità negativa, ovvero il fatto di condizionare l’erogazione di questi finanziamenti – per forze di sicurezza, ministeri, accordi commerciali – al livello di cooperazione dei partner africani nella gestione delle migrazioni, minacciando costantemente di ridurre gli investimenti se calano i rimpatri o se si inceppano i controlli e i respingimenti. Un’idea che rimanda sia al processo di allargamento dell’Unione Europea, con tutti i vincoli di accesso posti ai paesi candidati, sia al Trattato di Schengen, quel tentativo di abbattere i confini interni europei da cui nasce, di riflesso, l’esigenza di proteggere una nuova frontiera comune, quella esterna.

Alla fine del 2015, quando quasi 150,000 persone avevano raggiunto le coste italiane e oltre 850,000 avevano attraversato la Turchia e i Balcani per entrare nell’Unione Europea, questa storia, quella delle migrazioni via mare verso la Spagna, sembrava quasi un ricordo sbiadito.

Ma qualcosa era rimasto: un modello di gestione. Basato, ancora una volta, su un’idea di crisi.

“Abbiamo cercato di applicarlo alla Libia post-Gheddafi – spiega Stefano Manservisi, che nel decennio passato ha presieduto due dipartimenti chiave per le politiche migratorie della Commissione UE, gli Affari interni e la Cooperazione allo sviluppo – ma nel 2013 ci siamo accorti presto che il tappo era saltato, che non esisteva un governo con cui parlare: tutta la strategia andava riformulata”.

A ritroso, tra rotte e processi

Il semestre di presidenza del Consiglio Europeo, nel 2014, è l’occasione giusta per l’Italia.

A novembre di quell’anno, il governo di Matteo Renzi ospita a Roma la conferenza di lancio del Processo di Khartoum, come viene soprannominata la nuovissima Iniziativa per la rotta migratoria tra UE e Corno d’Africa, modellata sul Processo di Rabat, nato nel 2006, all’apice della crisis de los cayucos, su pressione spagnola. È una piattaforma di cooperazione regionale tra paesi dell’UE e nove paesi africani, basata sullo scambio di informazioni e il coordinamento tra governi, per gestire le migrazioni.

Attenzione: se iniziate a trovare fumosi termini come ‘processo’ e ‘piattaforma di coordinamento’, non vi preoccupate. L’ossatura delle politiche europee è composta da queste strutture: da incontri, comitati, tavoli negoziali dai nomi poco attraenti, i cui ruoli sfuggono a buona parte di noi. Una tendenza alla moltiplicazione di spazi di dialogo e decisione che le politiche migratorie degli ultimi anni hanno se possibile accentuato, in nome del mantra della flessibilità, dell’essere pronti ad ogni evenienza. Di una crisi continua.

Eccoci dunque a quel inter-ministerial meeting romano che da vita al Processo di Khartoum e in cui la Libia, dove la guerra civile era ripresa con violenza da pochi mesi, non c’è.

L’Italia inizia così a guardare oltre, ai cosiddetti paesi di origine e transito. Come l’Etiopia, storico beneficiario della cooperazione allo sviluppo italiana, e il Sudan. Entrambe le nazioni ospitano infatti rifugiati di Eritrea e Somalia, tra i principali paesi di origine di chi attraversa il Mediterraneo centrale tra 2013 e 2015, ed è urgente migliorarne le condizioni di vita, per evitare che si mettano ancora in viaggio, sognando l’Europa. In Niger, invece, che è un corridoio di accesso alla Libia per chi viaggia da paesi come Nigeria, Gambia, Senegal e Mali, l’Italia co-finanzia uno studio per una nuova legge contro il traffico di migranti, adottata nel 2015, che diventerà il cardine di un tentativo radicale di riduzione dei movimenti attraverso il deserto del Sahara, di cui leggerete più avanti.

Un anno più tardi, con il summit di Malta e la nascita del Fondo Fiduciario per l’Africa dell’UE, l’Italia sarà dunque pronta ad agire. Con 123 milioni di euro di contributo, stanziato dal 2017 tramite il Fondo Africa e il Fondo Migrazioni, l’Italia diventerà il secondo paese donatore, e uno dei più attivi nel tentare di orientare quegli oltre 4 miliardi di euro stanziati cinque anni. [Se siete curiosi di capire quali sono i meccanismi di finanziamento del Fondo Fiduciario, leggete qui]

Tramite l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), nata nel 2014 come branca operativa del Ministero degli Affari Esteri, l’Italia si rende subito disponibile per gestire progetti del Fondo europeo, con un’idea che sembra trainante: utilizzare interventi di sviluppo classici, ma realizzati in tempo record, per offrire alternative sul posto a giovani desiderosi di partire, migliorando al contempo l’accesso ai servizi di base.

Sviluppo locale, quindi, come intervento per affrontare le cosiddette cause profonde della migrazione. Per il Ministero degli Esteri e per la neonata AICS, sembra un approccio vincente. Non a caso, il primo progetto deliberato tramite il Fondo Fiduciario per l’Africa è gestito proprio dall’agenzia italiana, in Etiopia.

“Stemming irregular migration in Northern and Center Ethiopia”, ovvero ‘ridurre la migrazione irregolare nel nord e nel centro dell’Etiopia’, riceve un finanziamento di 19.8 milioni di euro, una somma rara per interventi di sviluppo locale. L’obiettivo è creare opportunità lavorative e aprire centri di orientamento professionale per giovani, in quattro regioni etiopi. O almeno sembra. Al primo posto, tra gli obiettivi elencati dalla scheda progettuale, ce n’è infatti un altro: ridurre la migrazione irregolare.

Nella matrice logica del progetto, quella che per gli addetti ai lavori è la presentazione – tramite dati, indicatori e cifre – dei risultati attesi, in corrispondenza di quell’obiettivo generale, la riduzione della migrazione irregolare, non appare però nessun indicatore. Non c’è modo, si ammette insomma implicitamente, di verificare che quell’obiettivo sia raggiunto. Che il giovane formato per l’avvio di una micro-impresa nella zona di Wollo, per esempio, sia un migrante in meno.

Bizzarro, per non dire scorretto. Ma indicativo dei problemi di un approccio di cui, ci spiega un funzionario del ministero degli Affari Esteri, “l’Italia si era fatta portavoce in Europa”.

Il mantra era che più sviluppo avrebbe fermato le migrazioni e in un certo momento ha funzionato per tutti: per AICS, che giustificava i propri fondi di fronte a una politica spaventata dalla questione degli sbarchi, e per molte ONG, che hanno capito subito che le migrazioni erano il prezzemolo da spargere sulle richieste di finanziamento che si presentavano”, spiega il funzionario, che – come tanti in questa storia – preferisce restare anonimo.

Una visione, quelle della cause profonde, che si riproduce, come in una camera ad eco, “senza documenti programmatici, senza linee guida, ma sull’onda di un’idea vaga di consenso politico attorno all’obiettivo di contenere le migrazioni”, aggiunge. Rendendo quasi impossibile parlarne, tanto che una proposta di nuove Linee guida su immigrazione e sviluppo, elaborata nel corso del 2020 da AICS, è rimasta accantonata per mesi.

Se qualcuno dicesse infatti, come evidenziato da studiosi come Michael Clemens, che lo sviluppo può anche far crescere le migrazioni e che le migrazioni stesse sono fonte di sviluppo, l’edificio delle ‘cause profonde’ crollerebbe e i budget già risicati della cooperazione rischierebbero di essere tagliati, in nome dello stesso imperativo assoluto di sempre: ridurre gli arrivi in Italia ed Europa.

Mantenere un approccio vago, costoso e non verificabile, è però altrettanto dannoso.

Bram Frouws, direttore del Mixed Migration Center, un think-tank che studia la mobilità internazionale, sottolinea per esempio come l’approccio delle ‘cause profonde’ nasca da una visione della migrazione come problema da sradicare, piuttosto che da gestire, e che la stessa definizione di queste cause profonde rimanga sempre, paradossalmente, in superficie. Non si parla mai infatti di accordi internazionali per la pesca che danneggiano comunità locali, nè tantomeno di accapparramento di terre da parte di speculatori, di grandi opere o di corruzione e vendita di armi, ma di una generica vulnerabilità economica, della scarsa stabilità degli stati. Di un fenomeno quasi astratto, in cui gli attori europei si esentano da qualsiasi responsabilità.

C’è un altro problema: in nome della lotta alla migrazione irregolare, si è spostato l’intervento da paesi e popolazioni più povere e realmente vulnerabili, a regioni ‘ad alta incidenza migratoria’, come ripetono le schede descrittive di decine di progetti finanziati negli ultimi anni, snaturando uno dei principi cardine dell’aiuto allo sviluppo, codificato in regolamenti e accordi: quello di rispondere ai bisogni più urgenti di una data popolazione, e non di imporre priorità esterne, tanto più se a farlo sono paesi considerati più ricchi.

L’esperimento nigerino

Mentre Etiopia e Sudan assorbono la quota più sostanziosa dei fondi destinati alle cause profonde delle migrazioni, rispettivamente 47 e 32 milioni di euro su una spesa totale di 195 milioni di euro, il Niger – che da anni si contende con la Repubblica Centrafricana il poco ambito podio di paese meno sviluppato del pianeta, secondo l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite – beneficia di poco più di 10 milioni di euro.

Più che sulle cause profonde, infatti, qui – per Italia e UE – è urgente intervenire sul controllo delle frontiere, per fermare quel flusso di persone che attraversa il paese fino alla città di Agadez, per scomparire poi nel Sahara ed emergere, giorni dopo – se tutto va bene – nel sud libico. Nel 2016, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni conta quasi 300,000 persone, di passaggio ad un check-point lungo la pista per la Libia. La cifra rimbalza tra gli uffici della Commissione Europea, e da lì alla Farnesina. E intervenire in Niger, di fronte a una Libia incontrollabile, diventa una priorità.

L’Italia lo fa in grande stile, ancora prima di aprire un ambasciata nel paese, nel febbraio 2017: con un contributo al budget dello stato di 50 milioni di euro, parte del Fondo Africa, immesso in un maxi-programma gestito dall’UE nel paese ed erogato in più tranches.

Mentre i documenti progettuali elencano una serie di condizioni per la prosecuzione del finanziamento, tra cui l’aumento dei controlli lungo le piste per la Libia e l’adozione di normative e strategie per il controllo delle frontiere, alcuni funzionari locali ed europei con cui abbiamo parlato, pensano che le valutazioni siano state fatte con mano larga: l’importante era infatti erogare quei fondi per accreditarsi in un paese che per l’Italia, fino ad allora, era stato solo sinonimo di turismo tra le dune del Sahara e di cooperazione in ambito rurale.

Diventato prioritario nel Nuovo Quadro di Partenariato sulle migrazioni, l’ennesimo programma operativo dell’UE, lanciato nel 2016, il Niger sembra così esentato dai controlli sulla gestione dei fondi a cui sottostanno di norma i beneficiari di fondi europei.

“I nostri meccanismi di controllo, la Corte dei Conti, il Parlamento e l’Autorità anti corruzione, non funzionano, eppure i partner europei hanno iniettato milioni di euro nelle casse dello stato, senza imporre meccanismi di trasparenza”, denuncia quindi Ali Idrissa Nani, presidente del Réseau des Organisations pour la Transparence et l’Analyse du Budget (ROTAB), una rete di associazioni che cerca di monitorare le spese dello stato.

“Mi lascia amareggiato, ma da alcuni anni abbiamo l’impressione che le libertà civili, i diritti umani e la partecipazione non siano più una priorità europea”, continua Nani, che – a fine 2020 – ha appena depositato un esposto presso il Tribunale di Niamey, per chiedere alla Procura di aprire un’inchiesta sulla possibile sparizione di 120 milioni di fondi del Ministero della Difesa, un vaso di pandora scoperchiato da giornalisti locali e internazionali.

Per Nani, che come altri attivisti nigerini ha passato la maggior parte del 2018 in carcere per aver promosso alcune manifestazioni contro il caro-vita, questa esplosione della cooperazione europea, ed italiana, non ha fatto bene al paese, favorendo tendenze autoritarie, che hanno limitato ancora di più l’indipendenza della magistratura.

I nostri meccanismi di controllo, la Corte dei Conti, il Parlamento e l’Autorità anti corruzione, non funzionano, eppure i partner europei hanno iniettato milioni di euro nelle casse dello stato, senza imporre meccanismi di trasparenza

Ali Idrissa Nani - presidente ROTAB

Dal canto loro, i governanti nigerini hanno colto più di altri l’opportunità offerta dai donatori europei, per ottenere legittimità e supporto. All’indomani del vertice de La Valletta, sono i primi a presentare un piano d’azione per ridurre le migrazioni verso la Libia, che mettono in atto bruscamente a metà 2016, applicando la legge anti traffico il cui studio preliminare era stato finanziato proprio dall’Italia, per svuotare la città di Agadez dai migranti di altri paesi.

Agenti di polizia durante le pattuglie tripartite che percorrono ogni notte la città di Agadez, per fermare i veicoli in partenza per la Libia (Niger, 2018) - Francesco Bellina

Un’attività che fino a poco prima avveniva alla luce del sole, autorizzata per lo meno informalmente dalle autorità locali – ovvero il trasporto di persone verso la frontiera libica – diventa così illegale da un giorno all’altro. Centinaia di autisti, intermediari e facilitatori vengono arrestati. Tutta un’economia si blocca.

Ma movimenti si riducono veramente? Quasi impossibile dirlo. Gli unici dati disponibili sono quelli dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che continua a registrare i passaggi all’altezza di alcuni posti di polizia. Da cui, però, autisti e viaggiatori stranieri non passano più, temendo di essere arrestati o fermati. Rotte e viaggi, come sempre succede, si rimodellano, per ricomparire altrove. Oltre il confine con il Ciad, o in Algeria, o in un rischioso zigzagare attraverso piste minori, per evitare le pattuglie.

Per Hamidou Manou Nabara, sociologo e ricercatore nigerino, i problemi di questo tipo di cooperazione sono molteplici.

Da una parte, ha limitato la libera circolazione garantita all’interno della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, una sorta di ‘spazio Schengen’ tra 15 paesi della regione, rendendo metà del Niger, da Agadez verso nord, una zona off-limits per cittadini stranieri, che pur avrebbero diritto a muoversi in tutto il territorio nazionale.

Per fare un paragone forzato: immaginate che l’Unione Africana convinca l’Italia a non far scendere i cittadini francesi al di sotto di Roma, perché potrebbero imbarcarsi per l’Africa. Sembra surreale.

Chi viaggia verso nord, infine, è stato reso ancora più vulnerabile. “Il controllo delle frontiere e dei movimenti migratori è stato giustificato con motivazioni umanitarie, di contrasto alla tratta di esseri umani, ma nella realtà sono state identificate pochissime vittime di tratta: il centro di questa cooperazione è la repressione”, spiega Nabara.

Accrescendo i controlli, tramite operazioni militari e di polizia, si espone anzi chi viaggia a maggiori violazioni dei diritti umani, da parte sia di agenti statali come di passeur, rendendo le traversate del Sahara più lunghe e rischiose.

Insomma in nome della lotta ai trafficanti, slogan ripetuto da leader europei ed africani e capitolo di spesa centrale dell’intervento italiano tra Africa e Mediterraneo – 142 milioni di euro in cinque anni – si rischia di avere l’effetto opposto. Perché il pane dei trafficanti, oltre al desiderio o alla necessità di viaggiare, sono le frontiere chiuse, i visti negati.

Una frontiera reinventata

Galvanizzati dall’attivismo della Commissione Europea dopo il lancio del Fondo Fiduciario ma sotto pressione sul piano interno, di fronte a un discorso sulle migrazioni che sembra invadere ogni spazio pubblico – dalle prime pagine dei giornali ai talk-show televisivi – e incapaci di mettersi d’accordo per gestire le migrazioni all’interno dello spazio di Schengen, i governanti europei trovano così un punto d’accordo fuori dal continente: nell’aggiungere mattoni a quel muro che deve ridurre, o per lo meno far crollare, i movimenti attraverso il Mediterraneo.

Tra 2015 e 2016, ministri, presidenti e alti funzionari italiani, olandesi, tedeschi, francesi e dell’Unione Europea viaggiano senza sosta tra paesi considerati prioritari per le migrazioni, e sempre di più anche per la sicurezza, invitando poi i loro colleghi nelle capitali europee. Un andirivieni di voli per Niger, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Etiopia, Sudan, Tunisia, Senegal, Ciad, Guinea, per stringere accordi, negoziare.

Totale fondi Italia € 791.581.688,85 Totale fondi Europa € 545.537.240,90
Lo stanziamento italiano e i fondi dell'UE gestiti dall'Italia per fermare le migrazioni dall'Africa, dal gennaio 2015 al novembre 2020
Totale fondi Italia € 791.581.688,85 Totale fondi Europa € 545.537.240,90
Lo stanziamento italiano e i fondi dell'UE gestiti dall'Italia per fermare le migrazioni dall'Africa, dal gennaio 2015 al novembre 2020

“Niamey era diventato un crocevia di diplomatici europei”, ricorda Ali Idrissa Nani, “ma in pochi ne capivano le ragioni”.

A differenza però della frontiera con la Turchia, dove l’intesa siglata con l’UE a inizio 2016 riduce in men che non si dica gli arrivi di cittadini siriani, afghani e iracheni in Grecia, l’altra frontiera ‘calda’ del continente, le promesse di rapidità ed efficacia del Fondo Fiduciario per l’Africa sembrano non materializzarsi. Il ritrmo delle partenze dalla Libia, in particolare, rimane costante. E nel frattempo, in un’Italia divisa, si avvicinano nuove elezioni, in cui il tema migratorio sembra diventare un ago della bilancia, capace di spostare voti e alleanze.

È a quel punto che il ministero dell’Interno italiano, da poco guidato da Marco Minniti, spinge sull’acceleratore. Il palazzo del Viminale diventa regia di un piano d’intervento, affinato tra Roma e Bruxelles, con l’appoggio tedesco, che torna a puntare tutto sulla Libia e su quel tratto di mare che la separa dall’Italia.

In quei mesi i telefoni erano bollenti, tutti cercavano Marco”, racconta un funzionario del Viminale, che ammette che “il ministero dell’Interno aveva scippato il dossier libico agli Esteri, ma solo perché fino ad allora la Farnesina non aveva ottenuto nulla”.

La prima mossa di Minniti è la firma del nuovo Memorandum con la Libia, che dà il via ad un piano tripartito.

In cima all’agenda c’è la creazione di un dispositivo di intercettazione marittima delle imbarcazioni partite dalla costa libica, tramite la ricostruzione della Guardia Costiera e della General Administration for Coastal Security (GACS), le due forze di pattugliamento afferenti al ministero della Difesa e a quello dell’Interno, e la predisposizione di un Centro di coordinamento dei soccorsi, prerequisiti perché la Libia dichiari all’Organizzazione Marittima Internazionale di avere una Zona di Ricerca e Soccorso, e quindi la Guardia Costiera italiana possa chiedere ai colleghi libici di intervenire se vengono segnalate barche in difficoltà.

Ad accompagnare questo lavoro in Libia, c’è una selva di missioni, sistemi di sorveglianza e operazioni militari, italiane e dell’UE – dalle europee Frontex, Eunavfor Med e Eubam Libya, alla missione militare italiana “Acque sicure” – dotate di droni, aerei, motovedette, il cui compito è di monitorare il Mar Libico, sempre più svuotato dalle navi umanitarie europee arrivate dal 2014 (i cui spazi di manovra vengono nel frattempo ridotti all’osso, con strategie diverse) per appoggiare le operazioni libiche di intercettazione.

Migranti tornati dalla Libia, tramite la ‘joint initiative’ finanziata da UE e Italia, vengono registrati all’aeroporto di Lagos (Nigeria, 2020) - Francesco Bellina

Il secondo punto di una ‘agenda Minniti’ è il progressivo svuotamento della Libia da migranti e rifugiati, per cui la fuga via mare diventerà sempre più ardua. Dal 2017 al 2020, gli assetti libici, in parte significativa motovedette donate dall’Italia, hanno infatti intercettato e riportato a terra circa 56,000 persone, secondo i dati diffusi dalle agenzie ONU. Il piano italo-europeo immagina due soluzioni: per i migranti economici, il ritorno nel paese di origine; per i rifugiati, la possibilità di ottenere protezione.

C’è una parte di questo piano che funzionerà meglio, almeno per i desiderata europei: il rimpatrio, presentato come ‘ritorno volontario assistito’. Il volano lo offriranno delle immagini di quella che sembra un’asta di schiavi, diffuse a ottobre 2017 dalla CNN, all’interno di un reportage sugli abusi verso gli stranieri in Libia. Immagini che riaprono ferite mai rimarginate della tratta atlantica e sahariana, contribuendo a mettere in moto la joint initiative, l’iniziativa congiunta tra Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Unione Europea e Unione Africana, finalizzata al ritorno e alla reintegrazione nei paesi d’origine.

È dentro questo complesso sistema di rimpatrio per via aerea, da Tripoli verso più di 20 paesi, che sono immessi parte dei finanziamenti italiani per OIM, che contribuiranno al ritorno in patria di 87,000 persone in tre anni. 33,000 dalla Libia, e 37,000 dal Niger.

Un analogo programma per rifugiati, che prevede un transito in paesi africani (Niger e Ruanda si metteranno a disposizione) e da qui il reinsediamento in Europa o America del Nord, registra numeri molto inferiori: 3300 evacuazioni da fine 2017 a fine 2020. Per le 47,000 persone registrate come rifugiate in Libia, lasciare il paese, senza tornare in quello d’origine, alla casella di partenza, è quasi impossibile.

C’è, infine, un terzo punto, meno noto, del piano italiano: anche in Libia, l’Italia vuole intervenire sulle cause profonde della migrazione, o meglio delle economie legate al transito e al traffico di migranti. Lo schema è semplice: sosteniamo servizi di base e enti locali in zone di transito di migranti, chiedendo in cambio di controllare e ridurre questo transito, che fa circolare valuta, bene più prezioso del solito in un paese in guerra. E questo soprattutto nel sud libico, nell’immensa regione sahariana del Fezzan, porta d’ingresso del paese, confinante con Algeria, Niger e Ciad e pressoché inaccessibile per agenzie umanitarie internazionali.

A sancire questo terzo piano d’intervento, è una serie di incontri con quelle che molta stampa chiama allora le ‘tribù libiche’. Rappresentanti di comunità del centro-sud del paese, coinvolte tra 2012 e 2016 in una serie di conflitti locali, dipinti come inter-comunitari: tra Awlad Suleiman e Tebu, tra Tebu e Tuareg, tra Gadhadhfa e Tebu. Dietro la cornice di un cosmetico accordo di pace, siglato a Roma nell’aprile 2017, il Viminale promette di fargli arrivare soldi e investimenti, in cambio della costruzione di centri per migranti e del controllo delle frontiere del Sahara.

Un gioco in cui l’intelligence avrà un ruolo centrale (come rivelato anche dal giornalista Lorenzo D’Agostino su Foreign Policy), come d’altronde in un altro negoziato, e passaggio di denaro: quei 5 milioni di euro destinati – secondo diverse ricostruzioni giornalistiche – ad una milizia di Sabratha, la Brigata Anas Al-Dabbashi, affinché fermasse le partenze dalla città costiera.

Un anno più tardi, il suo leader, Ahmed Al-Dabbashi, sarà messo sotto sanzioni dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in quanto referente di attività criminali legate proprio al traffico di persone.

Quello costruito in tempo record dal ministero a guida Marco Minniti, è dunque un puzzle complicato e costoso. A finanziarlo, ci sono soprattutto il Fondo Fiduciario per l’Africa dell’UE,e il Fondo Africa italiano, inizialmente in capo al solo ministero degli Affari Esteri e spacchettato tra più ministeri per l’occasione, ma anche il Fondo Sicurezza Interna dell’UE, che paga equipaggiamenti militari per tutte le forze di sicurezza italiane, oltre a fondi e attività del ministero della Difesa.

Si cercava un risultato immediato e si è perso di vista il quadro generale, sacrificando la pace sull’altare della lotta alle migrazioni, quando la Libia era in pezzi, nelle mani di milizie che ci tenevano in ostaggio

Mario Giro - ex viceministro
€ 1.337.118.929,74 Totale fondi € 252.347.110,10 Fondo Africa e Fondo Migrazioni
Gli stanziamenti del Fondo Africa, creato nel 2016, e rinnovato come Fondo Migrazioni dal 2019
€ 252.347.110,10 Fondo Africa e Fondo Migrazioni
Gli stanziamenti del Fondo Africa, creato nel 2016, e rinnovato come Fondo Migrazioni dal 2019

Una parte significativa di quei 666 milioni di euro dedicati al controllo delle frontiere, ma anche dei fondi per il supporto alla governance e il contrasto ai trafficanti, converge ed entra in questo piano: un ingranaggio costruito troppo in fretta, tra le cui rotelle si sacrificano i diritti umani e lo stesso processo di pace in Libia.

“Si cercava un risultato immediato e si è perso di vista il quadro generale, sacrificando la pace sull’altare della lotta alle migrazioni, quando la Libia era in pezzi, nelle mani di milizie che ci tenevano in ostaggio”. Così l’ex viceministro Mario Giro descrive la concitata gestione del dossier libico.

Per Marwa Mohamed, attivista libica, tutti questi fondi e interventi “erogati senza nessuna reale clausola di rispetto dei diritti umani, hanno frammentato ancora di più il paese, perchè sono intercettati dalle milizie, che poi sono le stesse che gestiscono sia il traffico di migranti che i centri di detenzione, come quella di Abd el-Rahman al-Milad, noto come ‘al-Bija’”.

Gli stessi progetti per le municipalità libiche, inseriti tra gli interventi sulle cause profonde della migrazione, come tutto il sistema di detenzione, dinamizzato con l’immissione delle persone intercettate in mare (e ‘migliorato’ tramite milioni di euro di fondi italiani), offrono legittimità, quando non lo finanziano direttamente, a quel ramificato e violento sistema di poteri locali che il politologo tedesco Wolfram Lacher definisce il ‘cartello delle milizie di Tripoli’. [per più dettagli sui molti fondi italiani in Libia, leggete qui]

“Riportare a terra i migranti, perpetuando un sistema di detenzione, non significa solo sottoporre le persone a nuovi abusi, ma anche far arrivare soldi alle milizie, alimentando il conflitto”, continua Mohamed, che oggi fa base a Londra, dov’è portavoce dell’organizzazione Libyan Lawyers for Justice.

Gli ultimi anni di cooperazione italiana, sostiene, sono stati “una sequenza di opportunità perse”. E a chi le dice – funzionari italiani ed europei in testa – che riformare la giustizia, mettendo fine a quell’impunità assoluta che rafforza le milizie, è troppo difficile, Mohamed risponde senza peli sulla lingua: “per firmare il Memorandum of Understanding le autorità italiane hanno chiamato una ad una le milizie vicine al governo di Tripoli e nel frattempo costruivate da zero una struttura inesistente, la Guardia Costiera Libica: mi dite che non si può rimettere in piedi il sistema giudiziario e proteggere dei rifugiati?

L’unica cosa a contare però, in quell’estate del 2017, sono i numeri. Che per la prima volta dal 2013, tornano a scendere, e rapidamente. Il mese di agosto registra l’80 per cento in meno di sbarchi rispetto all’anno prima. E così sarà per i mesi, e anni, successivi.

“Da allora si continua a stanziare, rinnovando programmi e progetti, senza chiedere nessuna garanzia in cambio sul trattamento dei migranti”, spiega Matteo De Bellis, ricercatore di Amnesty International, che ricorda come la promessa italiana di modifica del Memorandum of Understanding, introducendo clausole di protezione, sia ferma dal controverso rinnovo del documento, nel febbraio 2020.

Rimpatri, evacuazioni, promesse

1500 chilometri di strada, e sabbia, a sud di Tripoli, Salah (nome fittizio, per proteggere l’identità della persona) passa le giornate sfuggendo a un sole impietoso. Gli ultimi tre anni di vita di questo trentenne sudanese non hanno offerto molto altro e ora, come molti compagni di sventura, non nasconde la fatica.

Siamo in una tendopoli a 15 chilometri da Agadez, in pieno deserto del Sahara, e l’uomo convive con un migliaio di persone, in gran parte sudanesi della regione del Darfur, al centro di uno dei conflitti più drammatici e letali degli ultimi decenni.

Come quasi tutti gli abitanti di questo provvisorio insediamento sahariano, gestito dall’Alto Commissariato per i Rifugiati e – a fine 2020 – in fase di riabilitazione anche grazie a fondi italiani, passa dalla Libia e da quel 2017 fatto di intercettazioni, detenzione e ricerca disperata di una via d’uscita, di un futuro.

Fuggito dal Darfur nel 2016, dopo aver ricevuto minacce da parte di milizie armate filo-governative, raggiunge Tripoli dopo una serie di peripezie e violenze e, nella tarda primavera del 2017, prende il mare dalla vicina Zawiya con altre 115 persone. Saranno intercettati, riportati a riva e chiusi in un centro di detenzione, formalmente in capo al governo ma di fatto controllato dalla milizia Al-Nasr, legata al trafficante Al-Bija.

“Ci picchiarono dovunque, per giorni, violentarono alcune donne di fronte a noi, e chiedevano a tutti di chiamare le famiglie per farsi mandare dei soldi”, ricorda Salah. Che mesi più tardi, dopo aver pagato qualcosa ed essere riuscito a scappare, attraversa di nuovo il Sahara, fino ad Agadez. UNHCR aveva appena aperto una struttura e – girava la voce – da lì si poteva chiedere di essere reinsediati verso l’Europa.

Di fronte a confini marittimi sigillati e dopo torture e abusi, quella flebile speranza mette in moto quasi duemila persone, che – cercando le coste italiane – si trovano ai bordi del Sahara, lungo quella che in molti, in virtù di investimenti e negoziati, iniziano a chiamare la ‘nuova frontiera europea’.

Tre anni più tardi, di quel gruppo iniziale rimarranno poco più di mille persone. Solo poche decine di loro accedono al reinsediamento, mentre molti riprendono la strada della Libia, con il suo corollario di abusi.

Qualcosa di simile succede anche in Tunisia, dove dal 2017, aumentano gli ingressi di migranti e rifugiati, in fuga via terra e talvolta via mare dalla Libia, andando ad affollare strutture delle Nazioni Unite. Per poi, di fronte ad un’assenza di prospettive reali, ritornare in Libia.

In Tunisia i partner europei hanno finanziato una non accoglienza: centri sovraffollati in condizioni indegne, che sono diventati zone di reclutamento per i trafficanti, perché di fatto le opzioni offerte sono due: tornare a casa o provare a riprendere il mare

Romdhane Ben Amor - portavoce della Federazione Tunisina per i Diritti Economici e Sociali

Per Romdhane Ben Amor, portavoce della Federazione Tunisina per i Diritti Economici e Sociali, “in Tunisia i partner europei hanno finanziato una non accoglienza: centri sovraffollati in condizioni indegne, che sono diventati zone di reclutamento per i trafficanti, perchè di fatto le opzioni offerte sono due: tornare a casa o provare a riprendere il mare”.

Anche gli interventi di protezione di migranti e rifugiati, insomma, vanno letti in un quadro più ampio, di compressione della mobilità e dei diritti umani. “La stessa gestione dei rifugiati si è sottoposta all’obiettivo del contenimento, che è il vero peccato originale della strategia italiana ed europea”, ammette un funzionario di UNHCR.

Questo dogma del contenimento, ad ogni costo, colpisce insomma tutti. Persone in viaggio, attori umanitari, società civile, governi locali. Distorcendo priorità, deviando fondi e indebolendo relazioni e prospettive future. Quelle che i funzionari europei chiamano partenariati e che nel caso dell’Africa, come ribadito nel 2020 dalla presidente Ursula Von Der Leyen, dovrebbero essere “tra eguali”.

€ 0 € 100mln € 200mln € 300mln € 400mln € 500mln € 600mln € 700mln Forze di sicurezza e di sorveglianza* Enti governativi Organizzazioni intergovernative e internazionali ONG internazionali Socie private
Chi beneficia dei fondi che abbiamo mappato? In primo luogo, forze dell'ordine europee ed africane.
Parte significativa di questi fondi è subappaltata società private del comparto sicurezza, che forniscono aerei, droni, navi, tecnologie
Enti governativi Organizzazioni intergovernative e internazionali ONG internazionali Socie private Forze di sicurezza e di sorveglianza* € 0 € 100mln € 200mln € 300mln € 400mln € 500mln € 600mln € 700mln € 648mln € 395mln € 154mln € 90mln € 12mln
Chi beneficia dei fondi che abbiamo mappato? In primo luogo, forze dell'ordine europee ed africane.
Parte significativa di questi fondi è subappaltata società private del comparto sicurezza, che forniscono aerei, droni, navi, tecnologie

Prendiamo un ultimo esempio. L’Egitto, del presidente Abdel Fetah Al-Sisi. Dal 2016, è sempre più isolato sul piano internazionale, anche a causa di una violentissima repressione interna. L’Italia ne sa qualcosa: tra le migliaia di persone scomparse o uccise in questi anni, c’è il ricercatore Giulio Regeni, il cui cadavere viene gettato ai bordi di una strada, a nord del Cairo, nel febbraio del 2016.

Proprio allora, a ridosso di quell’omicidio, in cui complicità e coperture da parte delle forze di sicurezza egiziane sono fin da subito evidenti, il ministero dell’Interno rilancia il dialogo con il paese. “E’ assurdo, ma l’Italia inizia ad appoggiare l’Egitto nei negoziati con l’Unione Europea”, spiega l’avvocato Muhammed Al-Kashef, membro della Egyptian Initiative for Personal Rights e oggi rifugiato in Germania.

Innestandosi su una cooperazione già esistente, all’interno della quale, per esempio, l’Italia finanzia il mantenimento di software per la presa delle impronte digitali, in utilizzo alla polizia, il ministero dell’Interno italiano arriva a creare un’accademia di polizia al Cairo, inaugurata nel 2018 con fondi europei, per formare le guardie di frontiera di oltre 20 paesi africani. L’Italia sosterrà anche le richieste egiziane all’interno del Processo di Khartoum e – su un altro fronte – venderà armi e condurrà esercitazioni navali congiunte.

Roma poteva giocare un ruolo in Egitto, sostenere il processo democratico dopo la rivoluzione del 2011, ma ha preferito cadere nella trappola della migrazione, temendo un’ondata migratoria che non ci sarebbe mai stata

Muhammed Al-Kashef - membro della Egyptian Initiative for Personal Rights

“Roma poteva giocare un ruolo in Egitto, sostenere il processo democratico dopo la rivoluzione del 2011, ma ha preferito cadere nella trappola della migrazione, temendo un’ondata migratoria che non ci sarebbe mai stata”, sostiene Al-Kashef.

Con un risultato: “hanno contribuito a trasformare l’Egitto in un paese che uccide i sogni, e spesso anche i sognatori e da cui tutti i giovani, oggi, vogliono scappare”. Molto di più che nel 2015 o di quel 2011 colmo di speranze.

Crepe nel muro, e come allargarle

Se avete letto fino a qui, seguendo storie personali e rotte di persone e fondi, avrete capito una cosa, su tutte: che il cuore pulsante di questa strategia, messa in piedi dall’Italia con la partecipazione dell’Unione Europea e viceversa, è la riduzione delle migrazioni attraverso il Mediterraneo. Il muro, appunto.

Ora provate ad aggiungere a questo quadro altri paesi europei, che dal 2015 sono entrati – o tornati – in modo prepotente in questo processo di ‘esternalizzazione’ delle politiche migratorie. La Spagna, dove dal 2019 si è riaperta la rotta per le isole Canarie, a dimostrazione della fragilità del modello di cui avete letto sopra. La Francia, con la sua rete strategica nelle ex-colonie, la cosiddetta Françafrique, poi Germania, Belgio, Olanda, Regno Unito, Austria.

Complicato, vero? I mattoni e i costruttori di questo grande muro, si moltiplicano. Ancora più strategie, riunioni, comitati, fondi e documenti. E spesso, la stessa mancanza di trasparenza, che fa si che ricostruire questi finanziamenti – capire quale miscela di cemento, sabbia e calce sia stata utilizzata, ovvero chi abbia realmente beneficiato della spesa, quale equipaggiamento sia stato fornito, come siano stati monitorati i risultati – sia lungo, quando non impossibile.

L’approccio di questi costruttori, il modello, non cambia.

Sembra confermarlo il Patto sulle Migrazioni e l’Asilo dell’Unione Europea, presentato a settembre 2020: al centro, ci sono infatti i rimpatri, da rilanciare, e la cooperazione con paesi terzi.

Lo stesso budget dell’Unione Europea per il settennio 2021-2027, approvato a dicembre 2020, continua a puntare su questa spesa, vincolando per esempio alle migrazioni il 10 per cento di un neonato Strumento di Vicinato, Sviluppo e Cooperazione Internazionale, dotato di 70 miliardi di euro, ma anche deviando verso il sostegno ai rimpatri gran parte del Fondo Immigrazione e Asilo (8,7 miliardi) e prevedendo 12,1 miliardi di euro per il controllo dei confini.

Mentre qualcuno mette in discussione, con la nuova presidenza negli USA, il futuro del muro al confine con il Messico, forse la più celebre delle barriere anti-migranti nel mondo, il muro costruito nel Mediterraneo e, più a sud, fino all’equatore, sembra non essere mai stato così in forze.

Un poster di una campagna informativa contro la migrazione irregolare, sul muro esterno del Ghana Immigration Service, la polizia di frontiere dal paese africano (Ghana, 2019) - Francesco Bellina

Economisti, sociologi, difensori dei diritti umani, analisti e viaggiatori, ci mostrano però i problemi di questo modello. “È un approccio completamente viziato, e non ci sono soluzioni rapide per cambiarlo”, dice David Kipp, ricercatore dell’Istituto Tedesco per gli Affari Internazionali, un think-tank finanziato dal governo.

Per Kipp però, bisogna iniziare a sgonfiare questa bolla delle migrazioni, per tornare ad affrontarle come un fenomeno umano, da capire e gestire. “Sogno il momento in cui tutto questo discorso si normalizzerà, diventerà qualcosa di noioso”, ammette timidamente.

Per farlo, vanno aperte crepe, nel muro e in un modello che sembra solido ma non lo è affatto, ha effetti indesiderati, viola i diritti umani e isola l’Europa e l’Italia.

Spiega per esempio Anna Knoll, ricercatrice del European Centre for Development Policy Management, che le politiche europee hanno cercato di limitare i movimenti anche all’interno dell’Africa, mentre il futuro del continente è la libertà di circolazione di merci e persone, e “per l’Europa, è un ottimo momento per sostenerla, viste anche le pressioni di altri attori internazionali, Cina in testa”.

Per Sabelo Mbokazi, che guida il dipartimento Lavoro e Migrazioni della Commissione per gli Affari Sociali dell’Unione Africana (UA), c’è un tema su cui i due blocchi continentali hanno posizioni divergenti: i canali legali d’ingresso. “Per l’UE, sono qualcosa di residuale, noi abbiamo una visione molto più ampia”, spiega. E sarà questo uno dei temi del prossimo summit tra UE e UA, più volte rinviato nel 2020.

È un approccio completamente viziato, e non ci sono soluzioni rapide per cambiarlo

David Kipp - ricercatore Istituto Tedesco per gli Affari Internazionali

Proprio quella dei canali legali d’accesso al territorio italiano ed europeo, è una delle crepe più importanti, e finora quasi impercettibili, nel Grande Muro. Negli ultimi cinque anni, l’Italia ci ha speso appena 15 milioni di euro, l’1,1 per cento della spesa totale per la dimensione esterna delle migrazioni.

L’Unione Europea non ha fatto meglio. “La migrazione legale, che era uno dei pilastri della strategia nata nel 2015 a La Valletta, è rimasta lettera morta, ma se ci limitiamo a chiudere le frontiere, non andremo lontano”, dice Stefano Manservisi, che da alto funzionario della Commissione UE, ha lavorato su tutti i dossier migratori di quegli anni.

Eppure sappiamo tutti che il peggior nemico dei trafficanti sono i timbri sui passaporti. Visti e biglietti aereo.

Helen Dempster, economista del Center for Global Development, passa le sue giornate a studiare come farlo: come aprire canali d’ingresso legali, e come convincere gli stati a pensarci. E c’è un esempio efficace: non dobbiamo finire come il Giappone.

“Per decenni, il Giappone ha avuto politiche migratorie molto restrittive, non ha ammesso nessuno”, spiega Dempster, “ma negli ultimi anni è successa una cosa: si è reso conto che, con il suo tasso d’invecchiamento della popolazione, presto non avrà più persone per svolgere lavori fondamentali, pagare le tasse e quindi finanziare le pensioni”. E così, dall’aprile 2019, il paese asiatico, ha iniziato ad accettare domande di visto per lavoro, sperando di attirare 500,000 lavoratori stranieri.

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In Europa, però, “l’isteria attorno alle migrazioni del 2015 e del 2016 ha fermato ogni dibattito”. Lentamente, le cose stanno tornando a muoversi. D’altronde diversi stati europei, Italia e Germania in testa, hanno una cosa in comune con il Giappone: una popolazione sempre più vecchia.

“In tutti i ministeri del lavoro europei, si sa che bisogna agire e in fretta, ma ci sono due pregiudizi: che sia difficile elaborare progetti adeguati e che l’opinione pubblica sia contraria”. Per Dempster, che ha contribuito a ideare un programma di accesso al settore informatico belga per lavoratori marocchini, sono falsi problemi. “Se vogliamo declinarla sotto il profilo della sicurezza dei paesi riceventi, far arrivare una persona con un passaporto permette per esempio di avere molte più informazioni su chi sia, cosa che non abbiamo se la costringiamo ad arrivare via mare”, spiega.

Usiamo delle cifre per semplificare: nel 2007, l’Italia metteva a disposizione 340,000 visti d’ingresso, per metà stagionali, per lavoratori non comunitari, all’interno di quello che è il principale canale d’ingresso legale dell’ordinamento italiano, ovvero il Decreto Flussi, adottato annualmente dal governo. In pochi gridarono all’invasione. Dieci anni più tardi, nel 2017, quelle 119,000 persone che raggiungono l’Italia attraverso il Mediterraneo sembrano invece un numero spropositato. Nello stesso anno, le quote del decreto flussi erano di appena 30,000 posti.

Sono forse numeri poco paragonabili, ed effettivamente costruire programmi di ingresso legale strutturati è lungo, costoso e in apparenza poco realizzabile, se pensiamo agli effetti economici e sociali della pandemia di coronavirus in cui siamo immersi. Per Dempster però, “è importante essere pronti, avviare programmi pilota, creare infrastrutture e relazioni”. Per non finire, appunto come il Giappone, “che ha avviato d’urgenza un programma di accesso per lavoratori, senza sapere veramente come gestirli”.

Il caso spagnolo, come già accennato, mostra come un modello nato vent’anni fa, e adottato poi lungo tutte le frontiere tra Europa e Africa, non funzioni veramente.

Mentre la mobilità internazionale si riduceva, complice la pandemia, almeno 41,000 persone sono sbarcate in Spagna nel 2020, quasi tutte alle isole Canarie. Numeri che riportano al lontano 2006 e ci ricordano come, in fondo, questa ‘esternalizzazione’ offra soluzioni costose e inefficaci.

Ricorda la così detta obsolescenza programmata, quel modello di produzione per cui un oggetto tecnologico è costruito per durare poco, inducendo il consumatore a sostituirlo dopo pochi anni. Ma rinnovare e ri-finanziare continuamente questi muri può far comodo alle multinazionali della sicurezza, a cantieri navali, speculatori politici, regimi autoritari e trafficanti internazionali. Non di certo ai cittadini, che – dalle istituzioni italiane e europee – si aspetterebbero prodotti migliori. Che guardino a come sarà il mondo tra 10, 30, 50 anni ed evitino di calpestare diritti umani, di annullare processi democratici per un obiettivo che – la storia sembra insegnare – è di corto respiro. Le idee non mancano. [A questo link, le raccomandazioni elaborate da ActionAid]

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